Psicodramma e apprendimento delle lingue[1] [2]

Bernard Dufeu, Marie Dufeu, Daniel Feldhendler[3]

In Francia, lo psicodramma al momento attuale rientra essenzialmente nel dominio della psicoanalisi. È soprattutto utilizzato come strumento ana­litico per fornire il materiale necessario all'analisi e all'analista.

Costituisce quindi principalmente una tecnica di sostegno al servizio di quest'ultimo.

Questo orientamento ha un po' relegato in secondo piano l'origine filoso­fica e drammaturgica, così come i fondamenti teorici dello psicodramma quali sono stati concepiti da J.L. Moreno. Per questo, un'applicazione dei fondamenti e della pratica dello psicodramma al di fuori del campo tera­peutico, in quello pedagogico per esempio, non ha potuto trovare la sua espressione.

Coniati dalla formazione professionale in psicodramma moreniano, con­seguita presso gli Istituti Moreno di Ueberlingen e di Stoccarda in Germa­nia Federale, abbiamo sviluppato fin dal 1977 tre approcci pedagogici ap­plicabili all'apprendimento delle lingue straniere:

‑ La Psicodrammaturgia Linguistica

‑ La Pedagogia Relazionale

‑ La Drammaturgia Relazionale

Abbiamo affrontato il campo pedagogico sotto un aspetto che J.L. More­no aveva già esaminato in Teatro della spontaneità:

"Il processo riproduttore di apprendimento deve venire in se­condo piano; I'accento deve essere posto anzitutto sul pro­cesso d'apprendimento produttivo, spontaneamente creativo. L'esercizio e la formazione della spontaneità sono il tema principale della scuola dell'avvenire". (p. 117)

Considereremo alcuni fondamenti teorici risultanti dalla tradizione psico­drammatica moreniana, nonché alcune realizzazioni pratiche di questi ap­procci.

I fondamenti di una pedagogia moreniana

Porteremo qui più in particolare la nostra attenzione su quattro nozioni fondamentali: il coinvolgimento dell'individuo nella sua globalità, la sponta­neità creatrice, I'azione, I'incontro.

Il coinvolgimento dell'individuo nella sua globalità: nel processo pedago­gico, così come nello psicodramma, I'individuo è coinvolto fisicamente, af­fettivamente, intellettualmente e spiritualmente. I nostri interventi pedago­gici tengono conto di questi quattro piani.

La spontaneità creatrice: questa nozione molto importante nello psico­dramma è stata esposta nei Fondements de la socio‑métrie (pp. 17‑25). Essa riflette una concezione dell'essere in sviluppo considerato con il suo potenziale creatore e si distanzia da un approccio orientato principalmente verso la mancanza.

Nostro obiettivo principale, in pedagogia, è sviluppare la spontaneità crea­trice dei partecipanti. Tramite una fase di riscaldamento, viene attivata la funzione catalizzatrice della spontaneità e stimolata la creatività.

Nel campo delle lingue, il nostro obiettivo principale non è quello di tra­smettere contenuti, ma soprattutto quello di sviluppare le attitudini e le abi­lità necessarie all'apprendimento di una lingua, in particolare la ricettività e la capacità di espressione.

A tal fine, creiamo uno spazio immaginario che favorisca la sperimenta­zione nella lingua straniera.

L'azione: come indica l'etimologia di "drama", al centro dell'apprendi­mento è l'azione. La lingua non è appresa, ma acquisita tramite l'azione e la relazione. Si tratta, quindi, di un apprendimento attraverso il vissuto.

L'incontro: questa nozione è al centro del pensiero di J.L. Moreno sin dai suoi primi scritti (cfr. Einladung zu einer Be‑gegnung ‑ Invito ad un incontro ‑ nel 1914). È incontrando successivamente se stesso, l'altro, gli altri e l'ambiente che si stabilisce e si sviluppa il contatto con la lingua. Si tratta di un apprendimento e di una progressione relazionale e interattiva, sui quali si innesta l'acquisizione linguistica. È in un modo soprattutto empati­co che si sviluppa la relazione tra i partecipanti, la tecnica del "doppio" fa­cilita in maniera del tutto particolare questo tipo di relazione.

Gli approcci pratici

I tre approcci che descriveremo qui sotto si compenetrano nella loro prati­ca, pur avendo ognuno un suo uso peculiare e una sua importanza spe­cifica.

La psicodrammaturgia linguistica

Associa, come indica il nome, alcune fonti dello psicodramma e della drammaturgia. È nata da un'esperienza di "Expression spontanée" fatta nel 1977 all'Università di Magonza sotto la direzione di Willy Urbain, pro­fessore d'arte drammatica a Parigi.

La psicodrammaturgia adotta dello psicodramma le tecniche del "dop­pio", dello specchio, dello scambio dei ruoli, tenendo conto dell'importan­za simbolica di queste tecniche e del loro rapporto con lo sviluppo ontoge­netico dell'individuo, così come lo concepisce J.L. Moreno (cf. Psychothé­rapie de groupe et psychodrame, Parigi, PUF, 1987, pp. 169‑172).

Prendiamo, per esempio, una situazione tipo: il primo giorno di un corso intensivo di psicodrammaturgia, dodici partecipanti, due animatori, possi­bilmente una donna e un uomo; la lezione si svolge direttamente al suolo.

Dopo un rilassamento, uno specchio di gruppo gestuale e vocale, con una funzione di riscaldamento, prepara i partecipanti al primo esercizio: il doppio.

L'animatrice è seduta nel mezzo del gruppo. Un partecipante (il protago­nista) si siede davanti a lei. L'animatrice come doppio assume lo stesso at­teggiamento del partecipante e si adegua al suo ritmo respiratorio, il che favorisce l'empatia, quindi esprime nella lingua straniera, I'esperienza del momento. Nasce così una breve sequenza verbale di circa due minuti. Do­po una ripetizione di questa sequenza, il partecipante è invitato a riprende­re la sequenza che l'animatrice gli propone di nuovo. Obiettivo, come nello specchio di gruppo, è quello di entrare nel ritmo e nella melodia della lin­gua straniera. È quindi in maniera spontanea, nel "qui e ora" della situa­zione e in relazione con il partecipante, che nasce questa sequenza. Nelle prime fasi dell'apprendimento, il protagonista porta di volta in volta diverse maschere neutre (maschera che copre tutto il viso, poi maschere che co­prono metà del viso) per favorire la concentrazione, la ricettività, il contatto con se stesso e l'interiorizzazione.

Nel corso delle fasi successive, i partecipanti incontrano l'animatrice in una fase di specchio, poi l'animatore in quanto Altro in un "incontro triadi­co", prima di entrare in contatto diretto con gli altri partecipanti. Nelle fasi ulteriori, la favola e il mito, nel modo in cui vengono talvolta utilizzati nello psicodramma moreniano, permettono ai partecipanti di esprimersi attraver­so l'immaginario. Un corso intensivo di due settimane (sessanta ore) termi­na, generalmente, con un ritorno alla realtà esterna, ad esempio l'assun­zione di ruoli, in situazioni che ai partecipanti sembrano difficili da padro­neggiare nella lingua straniera.

In tutte queste fasi, la tecnica del "doppio" accompagna l'apprendimen­to e permette agli animatori di sostenere linguisticamente i partecipanti partendo dai loro bisogni e desideri di espressione. Il clima di empatia e di fiducia permette ai partecipanti di osare e di avventurarsi nella lingua straniera.

La pedagogia relazionale[4]

È sui fondamenti della psicodrammaturgia che abbiamo sviluppato un approccio pedagogico utilizzabile nell'insegnamento estensivo con dei grandi gruppi e un solo animatore.

Questo approccio fa appello alla creatività e all'immaginazione.

Anche qui la lingua nasce partendo dai bisogni e desideri di espressione dei partecipanti. I temi proposti cercano di tener conto della vita affettiva del gruppo.

Per esempio, presentarsi attraverso un oggetto immaginario, disegnare la casa dei propri sogni, identificarsi con un personaggio della storia, im­maginare di avere vent'anni di più (proiezione nel futuro), raffigurarsi il pro­prio partner ideale, redigere un annuncio che valorizzi le proprie qualità (espressione del potenziale e riconoscimento del proprio valore)…

Come nello psicodramma moreniano, facciamo appello alle tecniche del "doppio" e dello scambio dei ruoli per facilitare e sostenere l'espressione, in questo caso linguistica, dei partecipanti.

La drammaturgia relazionale

Come nella pedagogia relazionale, le tecniche della drammaturgia rela­zionale possono essere applicate a grandi gruppi nell'insegnamento estensivo.

C'è, come in psicodrammaturgia, la creazione di uno spazio immagina­rio nella classe, "spazio intermedio" (cfr. Winnicott), nel quale si ritrovano l'immaginario e il reale e le persone si incontrano attraverso i personaggi.

L'immaginario interiore trova posto e prende corpo nel luogo immagina­rio creato nell'aula. Per realizzare questo, facciamo appello a fasi di sensi­bilizzazione e di riscaldamento, di indagine dei ruoli, d'improvvisazione spontanea e di messa in scena, con l'aiuto, fra l'altro, di:

‑ tecniche proiettive. Per esempio, una tecnica di riscaldamento, la sedia vuota, utilizzata nello psicodramma moreniano, è adattata alla situazione pedagogica: "Chi vedete su questa sedia?". Una proiezione collettiva (nel­lo psicodramma è individuale e costituisce quindi una implicazione più di­retta) fa nascere un personaggio sulla sedia posta nel mezzo del gruppo;

‑ tecniche d'identificazione. Proseguendo con il nostro esempio: un par­tecipante è invitato a prendere posto sulla sedia e viene quindi intervistato dagli altri partecipanti;

‑ tecniche di dinamizzazione. Il personaggio sulla sedia incontra un anta­gonista;

‑ tecniche di verbalizzazione del vissuto. Feed‑back dei ruoli nella situa­zione presentata.

Fra i vari procedimenti, facciamo anche ricorso:

‑ al quadro vivente, utilizzando, tra l'altro, il principio della scultura (rap­presentare, per esempio, una situazione con l'aiuto degli altri partecipanti che si fanno mettere in posa) e la dinamizzazione dell'immagine, (messa in moto della posizione fissa, che favorisce un'espressione gestuale, voca­le e verbale, spontanea), come mezzi di visualizzazione e di rappresen­tazione;

‑ al gioco di ruolo moreniano, utilizzato anche nella pedagogia relaziona­le. Un quadro aperto di azione viene proposto ai partecipanti che lo inve­stono con il loro immaginario. Ai personaggi viene dato uno spessore psi­cologico con l'aiuto, per esempio, della tecnica psicodrammatica dell'inter­vista. Ciò permette una indagine più profonda del ruolo e rende dinamiche le interazioni;

‑ al teatro del giornale vivente, sviluppato da J.L. Moreno tra il 1919 e il 1924 a Vienna e poi, dal 1925, a New York. Notizie del giorno o fatti di cronaca, tratti da un giornale, sono rappresen­tati spontaneamente dal gruppo. Ciò permette di comprendere "dall'inter­no" l'avvenimento riportato o di esprimere il "non detto" dell'articolo;

‑ al "play‑back thater" (cfr. J.L.: Moreno nelle sue prime descrizioni della tecnica dello specchio nello psicodramma e ai giorni nostri Jonathan Fox, psicodrammatista americano): un narratore fa mettere in scena da altri (ego‑ausiliari) un fatto di cui è stato testimone;

‑ al teatro‑forum, sviluppato da Augusto Boal. Un gruppo di partecipanti rappresenta davanti all'altra metà del gruppo una scena immaginaria o vis­suta che si conclude in maniera frustrante. Nel corso di una seconda rap­presentazione, gli "spettatori" possono in qualsiasi momento interrompere lo svolgimento dell'azione e sostituire uno degli "attori", per dare un nuovo orientamento o proporre una via d'uscita al conflitto rappresentato;

‑ al gioco sociodrammatico, che facilita, per esempio, la comprensione dei fenomeni interculturali. Cosi la rappresentazione del Tedesco 0 del Fran­cese con i pregiudizi e gli stereotipi portati da ognuno ne permette una mi­gliore comprensione e consente la percezione di alcuni meccanismi di proiezione sulla persona dello straniero in quanto "altro".

Per non concludere

Non si tratta per noi di trasformare la scena pedagogica in una scena te­rapeutica, ma di attingere alle fonti dello psicodramma nella misura in cui può contribuire ad arricchire e approfondire la pedagogia, al fine di ridarle la sua funzione originale che non è quella di trasmettere unicamente dei contenuti ma, prima di tutto, quella di partecipare allo sviluppo dell'indivi­duo nel suo insieme.

Bibliografia

Ancelin Schützenberger, Anne, 1970 Précis de psychodrame,  Paris, Editions Universitaires.

Ancelin Schützenberger, Anne, 1981 Le jeu de rôle. Paris, ESF.

Dufeu, Bernard, 1982 "Vers une pédagogie de l'être: la pédagogie relationnelle" in Die Neueren Sprachen 81/3, pp. 267-289.

Dufeu, Bernard, 1983 "La psychodramaturgie linguistique ou l'apprentissage de la langue par le vécu" in Le français dans le monde  N° 175, février-mars, pp. 36-45.

Dufeu, Bernard, 1983 "Le jeu de rôle: repères pour une pratique" in Le français dans e monde  N° 176, avril, pp. 43-44.

Dufeu, Bernard, 1983 "Techniques de jeu de rôle" in Le français dans le monde  N° 176, avril, pp. 69‑74.

Dufeu, Marie, 1989 Vers une pédagogie du contact ou vers une approche de l'enseigne­ment des langues à la lumière de la Gestalt, Mayence, Centre de Psycho­dramaturgie.

Feldhendler, Daniel, 1983 "Expression dramaturgique" in Le français dans le monde  N° 176 avril, pp. 45‑51.

Feldhendler, Daniel, 1988 "Traitement dramaturgique d'un fait divers. Le théâtre journal vivant" in Le francais aujourd'hui N° 84, décembre, pp. 67‑74.

Feldhendler, Daniel, 1987 Psychodrama und Theater der Unterdrückten. Frankfurt, Puppen und Masken.

Leutz, Grete‑Anna, 1985, Mettre sa vie en scene le psychodrame. Paris, Epi.

Moreno, Jacob Levy, 1914, Einladung zu einer Begegnung. Vienne, Hanzengruber Ver­lag.

Moreno, Jacob Levy, 1954, Fondements de la sociométrie. Paris, Presses Universitaire de France.

Moreno, Jacob Levy, 1965, Psychothérapie de groupe et psychodrame. Paris, Presses Universitaires de France.

Moreno, Jacob Levy, 1984, Théâtre de la spontaneité. Paris, Epi.



[1] Già pubblicata su "Le Journal du Psychodrame", n. 7, 1991

[2] Tradotta da Rita Romano Granone.

[3] Centro di Psicodrammaturgia, Rilkeallee 187, D‑6500 Mainz 31.

[4] All'incirca nello stesso periodo in cui abbiamo sviluppato il concetto di "pedagogia relazio­nale", questa espressione è stata impiegata in Francia nell'educazione del bambino dislessico. I due approcci, pur differenti, manifestano dei tratti comuni che spiegano la creazione parallela della stessa denominazione. (Cfr. Chassagny, Claude 1977 Pedagogia relazionale del linguaggio, Parigi, PUF.)