Autovalutazione dello studente

Patrizia Bichi

Proprio nel periodo in cui si dovevano scegliere un compagno ed un titolo per il laboratorio da presentare al seminario, mi è stata assegnata una classe di primo livello. È stata questa classe che mi ha ispirato la scelta perché la domanda ansiosa e comune a tutti loro era: quando? Cioè: quando parleremo e scriveremo tanto bene da farci capire da tutti, in ogni momento e situazione, senza sentirci frustrati?

Questa richiesta, insieme alla lettera ricevuta dalla mia collega (un po’ di fortuna non guasta mai!) sono state determinanti per la scelta del titolo. Avevamo tra le mani un autentico e spontaneo esempio di autovalutazione (per quanto riguarda la lettera vedi l’articolo di Antonella Mele). Lo studente era riuscito a comunicare all’insegnante come si sentiva, cosa era cosciente di sapere, quali erano i suoi problemi da approfondire e risolvere. Ricordo, a chi fosse sfuggito, che lo studente non aveva ricevuto nessuna sollecitazione, da parte dell’insegnante, ad autovalutarsi. Aveva fatto tutto da solo. La necessità di comunicare all’insegnante le sue esigenze e di farlo partecipe del suo stato d’animo durante il corso, semplicemente hanno aiutato lo studente ad organizzare il suo pensiero, a scrivere le informazioni da lui ritenute più importanti ad essere, insomma, consapevole e attivo nel proprio processo di apprendimento. A questo punto bisognava approfondire il discorso. Abbiamo cominciato a porci delle domande: avrebbe senso invitare gli altri studenti, che non l’hanno fatto spontaneamente, ad autovalutarsi? Se non è un processo spontaneo, che senso ha? Questo studente ha qualcosa in più rispetto agli altri? Forse è soltanto un po’ più consapevole e quindi in grado di autovalutarsi. E allora perché non provare a stimolare, o ad “allenare” la loro capacità all’autovalutazione? Ma perché bisogna stimolare questa capacità? È utile anche a noi insegnanti? Oppure è un rischio per noi e uno sbaglio nei loro confronti perché non possiamo pensare di poterli cambiare? Nonostante questi dubbi vale la pena di provarci. Senza dubbio essere informati ci aiuterà a capirli meglio ed a trovare le soluzioni giuste per lavorare nel modo più sereno possibile. Perlomeno perché possiamo avere dei dati più precisi in merito alle acque in cui sta navigando lo studente. Avendo a disposizione più dati si può anche ipotizzare che l’insegnante possa lavorare meglio. Forse potremo ottenere risultati minimi dalle attività di stimolo per l’autovalutazione, ma dobbiamo accontentarci, sarà già qualcosa in più per lavorare meglio. In effetti questa è stata la risposta che mi hanno dato gli studenti con l’attività dei disegni. Considerato che avevo una classe che era alla fine del primo livello (circa 80 ore di lezione), mi è sembrata l’attività più adatta per riuscire a coinvolgerli. L’aspetto ludico dell’attività li ha aiutati a fare, senza fatica, un momento di riflessione e di organizzazione del pensiero. Nel proporre attività mirate all’autovalutazione l’invito da parte nostra è di far pensare lo studente a cose a cui non ha mai pensato prima. Esprimere all’insegnante qualcosa del proprio apprendimento può essere un modo per raggiungere maggiore consapevolezza, in quanto la necessità di rispondere porta lo studente ad organizzare il suo pensiero. È per lui sicuramente un importante momento di riflessione. Può portare a galla i suoi problemi di tensione/frustrazione collegati al suo impegno nel voler assolutamente comunicare in un’altra lingua (cosa che coinvolge altamente la sfera emotiva dell’individuo e che avviene, in modo particolare, nell’interazione con gli autoctoni). Certo, essere consapevoli delle nostre capacità e dei nostri limiti a volte è un rischio, perché ci responsabilizza di fronte a noi stessi (e di conseguenza di fronte agli altri) e, in particolare, uno studente che tende a delegare tutto all’insegnante potrebbe sentire di avere sulle sue spalle tutto il peso del proprio apprendimento, potrebbe, quindi, sentirsi abbandonato.

Ma è un rischio da correre. Anzi, proprio in situazioni come queste, perché non aiutare lo studente a fare lenti passettini verso l’autonomia, ricorrendo ad attività e metodologie didattiche che lo portino ad autovalutarsi con coscienza ed anche (importante) ad autorivalutare (nei casi di studenti più pessimisti) le proprie capacità? L’insegnante deve essere consapevole della (eventuale) paura da parte dello studente ma deve anche considerare che senza rischio non si ottiene niente, che ogni cambiamento comporta necessariamente dei rischi e che, in ogni caso, niente di tutto quello che proponiamo fa male alla salute dello studente, è soltanto un problema di abituarsi a vedere se stessi con una nuova ottica. Lo studente autonomo non potrà che volgere al positivo ogni momento del suo apprendimento appunto perché cosciente dei suoi bisogni e consapevole del suo processo cognitivo. Certo, detto così, tanta consapevolezza da parte dello studente può spaventare noi insegnanti. Ma non vogliamo il bene dello studente? Ed in fin dei conti è anche per il nostro bene se riusciamo a sviluppare una strategia per arrivare ad avere studenti in grado di scrivere o comunicare in altro modo i loro disagi nonché le loro soddisfazioni.