Questo articolo è stato scritto durante un corso di formazione presso la nostra scuola e lo pubblichiamo volentieri

Il ruolo/ i ruoli dell’insegnante di lingua

Paolo Torresan

1. Rispondere alla domanda “Qual è il ruolo/ quali sono i ruoli dell’insegnante di lingua?” significa rispondere alle domande “Chi è l’insegnante di lingua? Cosa insegna (la lingua? Sì, ma quale lingua? La grammatica? Sì, ma quale grammatica?) e come insegna?”

2. Ricordo che anni fa, alla fine di un corso, Ana, una studentessa spagnola, mi consegnò un biglietto con il quale mi ringraziava per l’impegno dimostrato nel preparare le lezioni. Sulla copertina era stampata la caricatura di un insegnante: barbetta, occhiali e un po’ di pancetta. Mi ci riconoscevo. Interessante, il testo che accompagnava il disegno: “You are an actor, you are an architect, you are a psychologist, you are a social worker, you are a form filler language specialist, you are a public relations officer, you are a surrogate parent, you are a walking encyclopaedia, you are a scapegoat…” e così via, fino alla conclusione che recitava pressappoco così: “ You are simply a teacher!”

3. E di fatto è così: l’atto di insegnare implica una tale complessità di sinergie, di azioni, di tecniche, di strategie, di attenzioni, che non può essere ridotto al semplice ‘spiegare’.

4. Cerchiamo di sondare questa complessità, rispondendo alla consegna e alle sue articolazioni al punto 1.

5. L’insegnante è un esperto: l’insegnante sa. L’insegnante di lingua conosce a fondo la lingua e la cultura che trasmette in classe e di cui egli - specie se all’estero - è ambasciatore.
Per di più, l’insegnante vanta una competenza didattica che si presume si affini con gli anni, attraverso l’esperienza di insegnamento e un costante aggiornamento. In altre parole, egli riesce a mettere in atto strategie e tecniche che promuovono, facilitano e valorizzano l’apprendimento.
È allora un educatore, e il suo ex-ducere ha per direzione l’autonomia e l’autorealizzazione del discente; è cioè un ‘portare’ lo studente verso se stesso, per metterlo a contatto con la sua logica, la sua intelligenza (il suo modo di ‘leggere dentro’ la lingua), la sua sensibilità. Si potrebbe dire perciò che ogni corso di lingua ha successo quando, oltre a una competenza comunicativa, si raggiunge una competenza glottomatetica: gli studenti hanno avuto modo di riflettere sui propri stili di apprendimento.
Infine l’insegnante, volente o nolente, si trova spesso a vestire i panni di un mediatore culturale, di un facilitatore degli scambi, di un promotore di un relativismo culturale: veicola ‘parole comuni’ (la festa tradizionale, il primo amore, il gioco preferito, il professore, il viaggio, ecc.) affinché ‘mondi diversi’ si aprano l’uno all’altro, in un clima di rispetto e di reciproco ascolto.

6. L’insegnante sa di non sapere. Si tratta di un gesto profondo, di un atteggiamento onesto.
Onesto è riconoscere di aver sbagliato quando si è commesso un errore, così come corretto è impegnarsi a consultare la grammatica di fronte a questioni che lasciano in dubbio. E questo sarebbe già sufficiente per percepire la distanza tra il modello che si sta descrivendo e quello dell’insegnante ‘tutto di un pezzo’ e ‘onnisciente’ del passato.
Ma c’è di più. Da un lato il ‘sapere di non sapere’ spinge a una didattica collaborativa (specie nell’insegnamento delle microlingue), dall’altro ogni insegnante di italiano L2 / LS è pronto a riconoscere che il suo italiano non vale come modello, in quanto variante caratterizzata da peculiarità fonetiche, lessicali e morfosintattiche (e di conseguenza gli studenti dovranno essere esposti ad altre realizzazioni della lingua).

7. L’insegnante è il ‘comandante’: gestisce. Riconosce le responsabilità che gli spettano: dall’organizzazione dello spazio alla scansione delle attività, dalla formazione delle coppie all’assegnazione dei ruoli. E così risponde di tutto ciò che fa e di tutto ciò che omette di fare.
Come un regista studia la scena nei dettagli, l’insegnante si studia e si prepara la lezione; come un architetto si interroga sulla statica di un edificio, l’insegnante valuta il peso che l’interlingua dei singoli studenti può sopportare: evita attività troppo semplici (demotivanti) e sta ben attento a non dare delle consegne troppo ‘ampie’ (il più delle volte frustranti). Al tempo stesso è capace di flessibilità quando, per un qualsiasi motivo, si vede costretto a modificare l’ordine delle attività, la distribuzione dei ruoli, ecc.

8. Un insegnante deve essere capace di empatia. Un insegnante è simpatico quando si diverte a fare ciò che fa. Un insegnante è empatico quando tiene sempre a mente la condizione e il punto di vista dello studente: “Come mi comporterei io, se fossi studente di lingua straniera, di fronte a quest’attività?”
È importante che gli sforzi dello studente vengano riconosciuti e che i suoi errori siano concepiti come tappa fondamentale (fisiologica non patologica) della costruzione della lingua. Alcuni accorgimenti pratici (es.: non vado a correggere uno studente durante una produzione libera orale; non metto lo studente sotto ‘l’occhio di bue’ quando gli correggo la pronuncia, ecc.) permettono così che non si inneschino quei filtri affettivi tanto fastidiosi quanto inibitori del passaggio dalla lingua appresa alla lingua acquisita.

9. L’insegnante sa mettersi da parte. Da buon regista, non si intrufola nella scena quando gli attori stanno recitando. Fuor di metafora, una volta date le istruzioni e avviate le premesse necessarie per l’attività individuale e/o lo scambio alla pari, l’insegnante si ritira e osserva. A seconda dei casi, può intervenire durante o al termine dell’attività, sempre e comunque su richiesta dello studente.
Nella didattica si potrebbe dire debba prevalere più un codice paterno che materno: più un’istanza di promozione che di protezione. Ed è proprio l’insegnante-chiocchia che, sotto la bandiera dei migliori auspici, si presenta come l’inibitore numero uno di quella competenza glottomatetica di cui parlavamo al punto 5.

10. Un insegnante di lingua è un ricercatore. Sa essere originale e aprire nuove piste, sa integrare attività collaudate con spunti che gli vengono dall’esperienza. Riconosce quanto sia proficuo un confronto con altri insegnanti. Sa, al tempo stesso, che è bene dosare il proprio impegno nel preparare le lezioni, le quali –se lui è per natura perfezionista- rischierebbero di assorbirlo e di esaurirne energie e creatività.
Riconosce le risorse offerte dalle nuove tecnologie ed è convinto che ogni insegnante (non solo di lingue) dovrebbe intraprendere un percorso di formazione personale.
Infine è pronto ad impegnarsi affinché la propria professione venga adeguatamente riconosciuta, anziché essere in balìa –com’è nella maggior parte dei casi- di contratti svantaggiosi e di compensi inadeguati. Chi scrive si augura che per quest’ultimo punto i tempi siano quanto mai maturi.

11. Se i ruoli si possono riassumere in:

regista
animatore
consulente ed esperto

qui di seguito elenchiamo le qualità (e i loro contrari):

a. preciso             vs                     pressappochista
b. sintetico                        vs                     prolisso
c. chiaro               vs                     complicato
d. autoironico                    vs                     pedante
e. responsabile                 vs                     superficiale
f. flessibile                      vs                     rigido
g. empatico                      vs                     indifferente
h. coerente                      vs                     incoerente
i. fantasioso                    vs                     piatto
j. disponibile                     vs                     chiuso
k. osservatore                   vs                     disattento