L'articolo di Marcello Amoroso "Una Ricostruzione di conversazione finita male" pubblicato nel Bollettino Dilit 2009/1 continua a stimolare riflessioni da parte dei nostri lettori. Qui sotto riproduciamo quattro risposte provenienti tutte da dall'Argentina.

 

Risposte a "Una Ricostruzione di conversazione finita male"

Riflessione di Alicia Lachimea

L’insegnante affronta una sfida quotidiana, non avremo sempre davanti lo stesso profilo di studenti, con le stesse aspettative e disponibilità, anzi, ed è su questo, secondo me, dove ricade il lavoro più impegnativo.

Ogni processo ha un prodotto finale. Dentro l’aula il processo sono il metodo, le tecniche e le esperienze e il prodotto finale sono i risultati, positivi o negativi, se positivi ci danno la grinta per migliorare ancora, se negativi è l’occasione per rifletterci sopra e anche questa volta per migliorare e/o cambiare. Quindi oltre i risultati c’è sempre da imparare, da accettare eventuali sbagli e da festeggiare gli accerti. Solo la convinzione di quello che facciamo ci fa continuare.

Ho letto molti anni fa una frase della quale purtroppo non ricordo l’autore, ma il concetto mi ha aiutata molte volte a prendere la decisione e la via giusta: “Un professore lavora per l’eternità perché niente e nessuno può dire fin dove arriverà la sua influenza”

Che ne pensi?

 

Riflessione di Patricia Battistin

Avendo letto il Bollettino dove il professore Marcello Amoruso racconta la sua esperienza fallita con una Ricostruzione di conversazione, mi sono domandata se forse il fallimento fosse dovuto, non alla Ricostruzione di conversazione in sé, bensì alla mancata conoscenza del gruppo di studenti.

Credo non sia stata fatta una diagnosi molto profonda del gruppo e dei suoi bisogni, non mi risulta sufficiente sapere la provenienza degli alunni o la loro professione, credo sia prima opportuno sapere cosa si aspettano dal corso.

Credo sia mancata un’integrazione del gruppo e qualche attività previa alla Ricostruzione di conversazione.

Sono d’accordo con la riflessione che ha fatto Christopher Humphris, avrei cominciato gradualmente, è una risorsa utilissima, è un peccato sprecarla rendendola antipatica.

 

Riflessione di Angelo Farina

Forse per l’esperienza previa di Eya era un grande balzo verso l’impossibile e forse la grande paura di cascare nel ridicolo lo hanno portato a tale ostilità nei confronti della Ricostruzione di conversazione.

Per noi, argentini che insegniamo in Argentina, certi ostacoli li abbiamo risolti in anticipo: il linguaggio dei gesti e dei segni è uguale per tutti. In classi pluriculturali o comunque plurietniche, forse questo non capita e chissà un mero movimento della testa accompagnato da un gesto innocente, può essere offensivo per un cinese, ma non per un portoghese che si trovano nella stessa classe (si pensi al gesto di andare a mangiare: ciò con le dita della mano destra unite e portate verso la bocca, in Italia indica un invito a prendere un boccone insieme, invece in Argentina corrisponde al gesto italiano che si fa toccandosi all’orecchio – cioè indica che si vuole dare del “gay”-

Insomma, forse se invece di spiegare tanto il metodo e gli ottimi risultati che se ne ottengono, il docente avesse provato a usare lo stesso metodo (cioè la Ricostruzione di conversazione) per semplici battute quotidiane prima di arrivare ad un dialogo completo, avrebbe avuto un esito diverso.

 

Riflessione di Barbara Bonacin

È molto interessante poter condividere questo tipo di esperienze perché ci fa sentire che affrontiamo problemi molto simili anche se lavoriamo in realtà diverse.

Personalmente credo che ad aver inciso nella situazione vissuta da Marcello sia stata soprattutto la forma d’apprendimento di Eya. Questo aspetto è legato certamente alla sua cultura, ma sono sicura che avrebbe potuto capitare anche con studenti di diversa origine.

Io insegno in una Dante Alighieri in Argentina, tutti i miei alunni sono ispanofoni, cerco di usare spesso la Ricostruzione di conversazione, soprattutto nei primi livelli, e posso confermare che la prima volta risulta sempre una “sorpresa” per loro. La maggior parte degli alunni si divertono: e come non divertirsi se l’insegnante cerca disperatamente di farsi capire, anche se non ha grandi doti d’attore?

Questo non significa che sia sempre andato tutto bene. Molte volte ho percepito insofferenza da più di un alunno durante la Ricostruzione di conversazione e in quasi tutte le occasioni ho potuto riscontrare che era dovuto alla loro forma d’apprendere. Per loro la cosa più difficile è non cedere alla voglia di scrivere: io li osservo e vedo che lottano con loro stessi, sono attratti dalla penna e dal foglio, e più il dialogo si allunga e più cresce la voglia di scrivere, ma poi quando cominciano a ripetere più volte e si aiutano a vicenda cominciano a dimenticarsene.

L’esperienza più negativa, se così la si vuole definire, che ho avuto è legata ad un commento di un’alunna, che pur riconoscendo l’efficacia della tecnica, a fine lezione mi ha “rimproverato” la durata dell’attività.

Chi usa questa tecnica è consapevole che non è possibile svolgerla in 10 minuti perché le strutture possano essere fissate, ma avevo capito che il suo problema principale era aver ripetuto o aver sentito ripetere, secondo lei, troppe volte, quelle battute. Anche se altri alunni non me l’hanno mai confessato credo che altri lo abbiano pensato: gli alunni ispanofoni già ad un livello B1 si sentono abbastanza sicuri e sentono che in qualche modo possono dominare la lingua. Ripetere quindi una frase tante volte può sembrare un’assurdità, eppure quello che più riscontro alla fine dell’attività con più frequenza è un problema di pronuncia, che mi fa capire che avrei dovuto soffermarmi di più su questo aspetto facendo anche ripetere più volte. Sono convinta che per questa alunna, nonostante si sia divertita, sarebbe risultato più soddisfacente fare un esercizio di grammatica, e in quei 35 minuti di Ricostruzione di conversazione avrebbe potuto fare davvero tanti esercizi!!!

A volte nonostante un insegnante sia convinto dell’attività che sta svolgendo è giusto che rinunci a qualcosa e credo che anche nel caso di Marcello non sarebbe stato un errore cambiare attività, come lui ha proposto successivamente. Ci sono gruppi o studenti che hanno bisogno di abituarsi a questo tipo di tecniche perché rompono completamente le loro strutture. Dall’altro lato, a mio parere, non ritengo sbagliata in realtà la decisione di Marcello di spiegare ai suoi alunni l’utilità della tecnica. Mi è capitato di doverlo fare, senza grandi discorsi pedagogici, e sinceramente ha avuto effetti positivi.

In generale, nonostante queste difficoltà la Ricostruzione di conversazione ha avuto sempre effetti positivi e ci sono due esperienze in particolari che vorrei condividere con voi: una studentessa che mi ha raccontato che sta cercando di imitare le mie Ricostruzioni di conversazione per l’insegnamento della grammatica spagnola a bambini diversamente abili e poi un commento di un’altra studentessa che ha scritto un breve articolo per la rivista della nostra istituzione. Io ho chiesto semplicemente di scegliere un’attività che le piacesse in modo particolare e che la raccontasse ai nostri lettori. Credo possa risultare interessante ascoltare anche la voce dei nostri studenti, e con questo articolo vi lascio lanciando un po’ un “forza non mollate” a tutti quegli insegnanti che ogni giorno “soffrono” un po’ cercando di utilizzare questa tecnica.

Imparare la grammatica giocando

C’è qualcosa che è difficile da imparare quando si studia una lingua. Come esprimono quello che sentono le persone? Che parole scelgono quando hanno paura, sono tristi o si sorprendono? Questo non è facile da imparare. È un processo di scoperta. C’è proprio un’attività che permette di avvicinarsi a questo aspetto della lingua.

La nostra insegnante ci offre degli esercizi che mettono alla prova tutta la nostra conoscenza dell’italiano. Le piace molto recitare e usa questa abilità in un gioco di mimica. Lei pensa ad una situazione e prepara un dialogo. Si alza di fronte a noi e recita la situazione facendo una mimica. Con le dita delle mani, ci mostra quante parole ha ogni frase. Con questi dati, noi dobbiamo indovinare il dialogo che lei ha pensato. A volte, porta dei disegni, dei vestiti e degli accessori che ci aiutano a capire meglio quello che succede.

Poco a poco, formiamo ogni frase e ricostruiamo il dialogo. Non possiamo scrivere. Dobbiamo mettere via matita e quaderno (solo alla fine si possono usare!). È un esercizio orale e di concentrazione. È un’attività che richiede l’uso di tutto quello che abbiamo imparato. Come si coniuga un verbo che finisce in -ire? Che articolo dobbiamo mettere? È singolare o plurale? Se c’è un pronome, è diretto o indiretto? Maschile o femminile? Quando gli italiani dicono “Accidenti!”? L’esercizio è divertente e assomiglia ad un gioco, ma ci permette di pensare al funzionamento della lingua.

Studentessa di Livello B1