Coibente

Enrico de Julis

Fino a qualche anno fa, influenzato dalla lettura di fumetti americani sui supereroi, alla domanda : "Se potessi avere un superpotere, quale vorresti avere?" avrei risposto senza pensarci troppo: "Telecinesi; onde verdi dai miei occhi che sollevano oggetti e che sono in grado di creare campi di forza tali da annullare e superare la forza di gravità".

Passati un po’ di anni mi ritrovo ad avere tutto questo; niente raggi verdi o fosforo in fumo dalla bocca, ma qualcosa di più sottile e reale che però non gioca a mio favore.

Evidentemente l'ho voluto talmente tanto che...

Mi spiego: il lavoro di insegnante, che faccio quotidianamente, mi mette in mostra agli occhi dello studente in modo assoluto e ineludibile. Tutti i giorni, più ore al giorno, soprattutto durante le prime lezioni di un corso, dove per accattivarmi la classe devo essere capace di stupire con qualunque "effetto speciale".

L'energia dissipata è in quantità industriali, il ritorno non sempre.

Da questo presupposto si innesta una reazione per cui il mio entusiasmo diventa sempre più forzato quanto più la classe non dà cenni di recepire i miei stimoli. Questo fino allo smorzarsi del mio entusiasmo che si anima di qualche guizzo solo quando uno studente mostra un interesse al di sopra della soglia minima che si è stabilita in classe.

Il fattore psicologico qui è fondamentale. Non quello degli studenti, di cui si è tanto parlato, ma quello dell'insegnante: mi sento frustrato nel non riuscire a interessarli come vorrei. Vorrei una classe ideale e non c'è. Non ho soluzioni immediate e domani sarò ancora lì a farmi crescere lo stress.

E allora scatta il superpotere.

Mi allontano. Dopo aver dato il meglio di me ed essermi avvicinato a loro per rassicurarli, emanciparli dalla paura di una lingua nuova e stimolarli di continuo, dico: "Basta!". Creo un campo di forza invisibile in cui non c’è più possibilità di vicinanza, di contatto e di confronto.

Loro sono lontani da me e io mi voglio allontanare da loro, mantenendo solo rapporti professionali.

Mi coibento, isolo me stesso dalla classe con uno strato di severità e mi trasformo in una sorta di oracolo da consultare in momenti precisi: cioè faccio tutto quello che durante il corso di formazione mi hanno detto di non fare.

Ma non voglio essere mortificato.

Inizia una mia personale battaglia tra l’insegnante e il Coibente: "Che faccio, scappo o rimango?".

Comunque faccio il triplo della fatica, e comunque non vinco.

Il nostro metodo di insegnamento tende a eliminare le barriere fisiche e relazionali tra studenti e insegnante, esponendo di continuo la sensibilità del secondo alle reazioni non sempre "delicate" dei primi, spiazzati dalle strane regole della nuova scuola. Se già si arriva in classe con un po’ di nervosismo si rischia di dare il via a quanto detto.

Le quindici persone che ho davanti pensano all’insegnante nel modo più tradizionale possibile, anche se si ritrovano senza banchi, senza cattedra e senza pedana. Di conseguenza agiscono con quell’indifferenza che le lezioni frontali hanno la prerogativa di creare: "Quello che dice il professore è oro colato e io posso rimanere passivo". E così gli studenti sparano una serie di atteggiamenti e reazioni pensando che la novità sia solo nella mancanza degli arredi e per certo amareggeranno l’insegnante che non sta lì per fare il parafulmine del loro nervosismo.

Qualcuno potrebbe ribattere dicendo che "in questo spazio vuoto" anche l’insegnante può colpire più facilmente lo studente chiamato a lavorare in prima persona: ma ricordo che loro sono in quindici contro uno e francamente è un rapporto un po’ sbilanciato.

Con l’ultima classe con cui ho lavorato e con cui sto ancora lavorando mentre scrivo, sono partito molto prevenuto a causa delle difficoltà che l’insegnante prima di me aveva trovato: a quanto diceva era impossibile coinvolgerli.

E in più non volevo che il Coibente mi peggiorasse la situazione.

Non ho iniziato in modo accattivante ma con un ritmo sostenuto e un approccio rilassato. Volevo far capire che la mia sensibilità esisteva e non poteva essere una cosa su cui rifarsi in momenti di difficoltà, ma qualcosa su cui contare in situazioni particolarmente ostiche.

Penso che più si eviti di fare il Superinsegnante più il rischio di coibentare noi o loro sia minore. Il coinvolgimento, il ritmo e l’atmosfera in una classe sono tutt’altra cosa e si creano facendo capire che se l’insegnante ci mette un’ora a creare una lezione stimolante e utile non è solo per dovere professionale. È naturale che io mi infastidisca se un’attività perde la sua efficacia perché alle nove c’è un terzo degli studenti, se le loro facce annoiate mi stroncano l’entusiasmo nella presentazione di un attività o se si spazientiscono quando ripeti dozzine di volte di parlare italiano.

Non dissimulo più i miei malumori, soprattutto se ne sono loro la causa, ma d’altra parte non lo faccio pesare sull’andamento delle attività ancora da svolgere. Questo abbassa il mio stato di agitazione e subito alza la mia capacità di accettare dei "fuori programma" degli studenti.

Risultato: il Coibente non si è più manifestato, la mia sensibilità è rimasta quella di prima senza cercare difese nel cinismo o nel distacco del "Ma che lo faccio a fare, tanto non lo capiscono..." e mi prendo in giro quando inavvertitamente mi esce un raggio verde dagli occhi.