E la correttezza? parte prima

Christopher Humphris

"Con il vostro principio 'la scorrevolezza, non la correttezza' il vostro approccio comunicativo non conduce che alla creazione di parlanti che non soltanto massacrano la lingua, ma che esprimono anche concetti estremamente approssimativi."

Questa la critica sentita mille volte. Una critica rivoltaci da chi non ha esaminato a fondo le proposte dell'approccio comunicativo, da chi reagisce troppo presto al primo impatto, al primo "choc" costituito dall'importanza assegnata, anche per quanto riguarda i principianti, alla produzione libera e all'ascolto di conversazioni autentiche.

Correggiamo la prima affermazione. Noi non siamo a favore della scorrevolezza e contrari alla correttezza. Diamo semplicemente la precedenza alla prima senza perdere affatto di vista la seconda. In un corso di lingua, accanto alla produzione libera (il cui obiettivo è di sviluppare la scorrevolezza), e nettamente distinte da essa, vengono programmate - con altrettanta cura - lezioni atte a sviluppare la correttezza. In approcci precedenti, lezioni con tale obiettivo sono sempre state definite "presentazioni" e così le definiamo anche noi. Ma la differenza sta nell'individuazione di che cosa presentare. In un approccio strutturale l'elemento da presentare avrebbe potuto essere "il futuro" oppure "le preposizioni articolate". In un approccio funzionale l'elemento da presentare avrebbe potuto essere "fare promesse" oppure "scusarsi". In entrambi gli approcci l'elemento veniva presentato mediante una frase che "conteneva" l'elemento. Quindi l'unità d'insegnamento era costituita dalla frase esemplificatrice dell'elemento da presentare. Nell'approccio comunicativo, invece, l'unità di insegnamento è il discorso, non la singola frase, e l'analisi viene fatta dallo studente durante la lezione, non da chi stende il programma prima della lezione. Mi spiego meglio. Nell'esempio dell'approccio strutturale la categoria "futuro" è il risultato di un certo tipo di analisi linguistica che distingue una categoria da altre sulla base della somiglianza o della dissomiglianza formale ("andrò" vs. "andrei"; "parlerò'' vs. "parlai" ecc.).

Nell'esempio dell'approccio funzionale viene individuata, come categoria omogenea, il "fare promesse" perché in essa rientrano frasi semanticamente omogenee ("Non si preoccupi: ci penso io." e "Domani sarà pronto senz'altro." vs. "Viaggio sempre in autobus", che rientrerebbe nella categoria "riferire atti abituali"). In questi approcci l'autore del programma "analizza" la lingua, cioè la riduce ai suoi componenti elementari che presenta poi, uno alla volta, allo studente. Quest'ultimo li accumula e poi, passo per passo, tende a ri-costituire la lingua per intero. Un procedimento che D. Wilkins nel suo libro Programmi nozionali definisce "sintetico". Il programmatore analizza e lo studente sintetizza.

La comunicazione reale, però, raramente consiste di una singola frase e sappiamo inoltre, dopo Hymes (On Communicative Competence), che la competenza comunicativa va ben oltre la capacità di produrre frasi. Essa riguarda, invece, la capacità di gestire il discorso. Riteniamo dunque doveroso presentare allo studente brani di discorso ed è ciò che facciamo nel nostro approccio.

Siccome per quanto riguarda la lingua parlata la stragrande maggioranza degli studenti ha bisogno di partecipare a conversazioni, per brano di discorso possiamo intendere uno scambio di battute tratto da una conversazione autentica fra due persone madrelingua. Questo scambio diventa l'unità d'insegnamento, l'oggetto della "presentazione". Ciò che salta subito agli occhi di chi insegna con altri approcci è l'elevatissimo numero di regole grammaticali che bisogna conoscere per produrre anche il più semplice scambio di conversazione autentica. Come farà lo studente ad assimilare tutte queste regole? Noi non neghiamo questa difficoltà; più avanti affronterò tale problema. Prima, però, vorrei far notare che nell'approccio comunicativo lo studente trova un'agevolazione rispetto ad approcci che prevedono, come unità di presentazione, la singola frase.

L'insegnante che effettua una prima presentazione del tipo "strutturale", probabilmente tenendo una penna in mano, indicandola con il dito indice dell'altra mano e dicendo "Questa è una penna", produce una certa reazione nello studente. Egli cerca di capire questa frase. In breve tempo si accorge che significa qualcosa tipo "Ho una penna in mano", "Vedete questa penna?", "Sto indicando una penna" o "Questa è una penna". A poco a poco, man mano che la presentazione va avanti, lo studente scarta quei significati che risultano inappropriati. Probabilmente, però, all'insaputa dell'insegnante, egli impara anche qualcosa di molto più significativo per il suo apprendimento della lingua in quel corso, e cioè che l'insegnante si comporta in modo assurdo e che assurde sono le frasi da lui enunciate. "Ecco un insegnante che si mette davanti a me, tiene una penna in mano e si sforza di farmi capire che ciò che ha in mano è una penna. Eppure l'insegnante sa benissimo, dato che non sono cieco, che io so perfettamente che ha una penna in mano e, comunque sia, lui saprà, immagino, che di ricevere una tale informazione mi importa ben poco."

Niente di male che lo studente impari, nella prima lezione, questo fatto; gli servirà per tutto il corso. Gli toccherà semplicemente fare delle acrobazie mentali all'inizio di ogni presentazione per capire di quale tipo di assurdità si tratta.

Se invece il fattore "assurdità" viene eliminato dalla presentazione, lo studente risparmia questo sforzo mentale e potrà concentrare la sua energia intellettuale su problemi più direttamente pertinenti allo studio della lingua.

Se per esempio l'oggetto della presentazione è uno scambio fra il receptionist di un albergo e un cliente che arriva per occupare la stanza da lui precedentemente prenotata, lo studente non avrà difficoltà ad immaginare, almeno approssimativamente, la struttura della conversazione, l'interazione tra i due parlanti, il grado di formalità che esiste fra loro, i concetti espressi, le funzioni comunicative svolte, e talora perfino buona parte della grammatica e del lessico adoperati. Inoltre, se la scelta del brano è stata fatta prendendo in considerazione le vicende comunicative a cui molto probabilmente parteciperà lo studente, egli percepirà l'elevata utilità di questo scambio per i suoi scopi e, di conseguenza, la sua voglia di assimilarne le regole tenderà verso il massimo. Vediamo quali sono gli elementi linguistici che deve assimilare: il lessico (il brano è fatto di parole italiane che deve capire e imparare a pronunciare: alcune di queste saranno facili da memorizzare perché assomigliano in qualche modo ad altre parole nella lingua dello studente, ed altre no); la grammatica (queste parole si trovano in un certo ordine ed hanno desinenze varie governate da un alto numero di regole); la fonologia (le parole vengono enunciate in gruppi separati da pause, ognuno con la sua intonazione e le sue sillabe accentate e non accentate).

L'analisi di questo brano permette allo studente di penetrare (in un modo che i sostenitori di un approccio strutturale chiamerebbero "anarchico" ) tre sistemi: quello grammaticale, quello lessicale e quello fonologico.

In questa presentazione (che può benissimo essere svolta il primo giorno del corso) il carico di regole è certamente pesante rispetto ad una presentazione concepita secondo i criteri degli approcci precedenti, ma, a condizione che l'insegnante permetta allo studente di prendere tempo per assimilarle, normalmente non ci sono problemi. Inoltre, qualunque sia il brano della seconda presentazione, è praticamente impossibile che alcune di queste regole non appaiano una seconda volta in un modo o nell'altro, dando così una soddisfazione allo studente e anche tendendo a ridurre i tempi necessari per portare a termine la presentazione. Man mano che il corso procede, quindi, o la lezione di presentazione dura di meno o il brano può essere più lungo.

Un vantaggio in più per lo studente è che è portato a sviluppare le sue capacità di analisi (dato che è lui che la deve fare e non il programmatore). Approfondiremo questo aspetto nel prossimo numero del Bollettino.