L'unità di insegnamento: frase o discorso?

Stefano Urbani

È un convincimento oramai diffuso che l'apprendimento di una lingua storico-naturale è essenzialmente l'apprendimento di un mezzo di comunicazione, cioè di un meccanismo la cui destinazione primaria è di venire impiegato in reali processi comunicativi nell'ambito delle varie forme di interazione sociale. Un corretto approccio, pertanto, nell'insegnamento di una lingua, e in particolare, per quel che più da vicino ci riguarda, di una lingua straniera, non dovrebbe perdere mai di vista tale destinazione primaria: dovrebbe anzi assumerla a criterio-guida nelle varie opzioni metodologiche.

Tra di esse una questione estremamente delicata risulta essere quella relativa alla scelta dell'unità-tipo di insegnamento. In effetti, se adottiamo il parametro della comunicatività, sarà necessario concludere che l'unità-tipo di insegnamento deve essere tale da esibire, almeno potenzialmente, l'intera gamma delle caratteristiche della lingua in quanto strumento di comunicazione.

Supponiamo ad esempio di voler assumere come unità di insegnamento, in una particolare lezione di lingua italiana, la frase "Ieri sera sono andato al cinema". Chiunque converrà che una frase del genere è comunicativa nel senso che veicola in maniera comprensibile un insieme coerente di significati, è grammaticalmente corretta e contiene una quantità di elementi caratteristici della lingua italiana degni di nota e perciò di considerazione didattica. Eppure tale frase, di per sé, non riproduce una reale situazione comunicativa: è solo un elemento astratto, frammentario, arbitrariamente isolato. Ciò che manca è la specificazione di un mittente del messaggio, di un destinatario, delle circostanze di comunicazione, del tipo di rapporto sociale e psicologico tra mittente e destinatario, degli scopi che il mittente si prefigge nell'enunciare il messaggio, di un contesto linguistico, delle conoscenze del mondo che mittente e destinatario possiedono indipendentemente dal loro rapporto comunicativo, ecc.

In effetti esistono almeno due ragioni per avversare una presentazione atomistica della lingua che elegga la singola frase a unità d'insegnamento. La prima è di ordine psicologico: migliori saranno le condizioni dell'apprendimento se quest'ultimo verrà realizzato mediante il ricorso a una verosimiglianza globale in cui lo studente possa riconoscersi e a cui possa pertanto prendere interesse; e si vede facilmente, per le ragioni innanzi esposte, che la singola frase è lontana da una adeguata e soddisfacente verosimiglianza comunicativa. Si può obiettare che non tutte le carenze di cui si diceva sono necessariamente implicite nell'assunzione della frase a unità di insegnamento e che mittente, destinatario, circostanze di comunicazione e altri elementi ancora, possono venire specificati anche in rapporto ad una e una sola frase. Resta però sintomatico che assai spesso l'attività didattica prende tali elementi in seria considerazione solo all'interno e in conseguenza di una prassi che privilegia, a scapito dell'unità frasale, il discorso esteso.

Ma c'è di più, e veniamo con questo alla seconda e più decisiva critica. Le varie condizioni comunicative più su menzionate non soltanto costituiscono l'indispensabile contorno della frase, il necessario habitat situazionale che restituisce attendibilità a un frammento linguistico altrimenti incongruo: tali condizioni irrompono anche all'interno della stessa frase, concorrono a strutturarla, divengono linguisticamente pertinenti, al punto che trascurarle equivarrebbe a ignorare una considerevole porzione del meccanismo linguistico. La frase "Ieri sera sono andato al cinema" può costituire una risposta appropriata, per esempio, alla domanda "Poi che hai fatto?", ma non è una risposta appropriata alla domanda "Ieri sera sei andato al cinema?", nel qual caso una risposta corretta sarebbe "Sì", "Sì, sono andato al cinema", ecc. O meglio: alla domanda "Ieri sera sei andato al cinema?" è anche possibile rispondere "Ieri sera sono andato al cinema", ma in tale caso, e in condizioni normali, la risposta sembra connotare ironia, sarcasmo o simili. Rimanendo unicamente all'interno della frase, pertanto, ci sfuggono le condizioni di appropriatezza della frase stessa e tutte le eventuali connotazioni additive che hanno a che fare con tali condizioni.

Ancora. Se definiamo come "nucleo" del profilo intonazionale di una frase la sillaba, fra quelle maggiormente accentate, in cui si registra un più marcato cambiamento di tono (la nozione è fonologicamente di estrema rilevanza), ci accorgiamo che nella nostra frase - come in qualsiasi frase - il "nucleo" dipende dalle presupposizioni contenute nella frase stessa, vale a dire dal rapporto tra informazione data e informazione nuova, il quale a sua volta è funzione del contesto. Per citare solo due fra i vari casi che possono presentarsi: 1. se l'informazione nuova, rispetto al contesto che precede, è costituita dall'intera frase, allora il "nucleo" sarà la sillaba tonica dell'ultima parola, nella nostra frase "cinema". Esempio: "Ah, sai, Gianni, ieri sera sono andato al cinema e ho incontrato Giulia"; 2. se l'informazione nuova è costituita da un certo sintagma (p. es. "ieri sera') e il resto dell'informazione è già contenuto nel contesto che precede, allora il "nucleo" sarà la sillaba tonica dell'ultima parola del sintagma che dà l'informazione nuova, nel nostro esempio "sera", e la rimanente parte della frase verrà pronunciata su tono inferiore. Esempio: "Martedì sei andato al cinema, vero ?", "No, ieri sera sono andato al cinema. Martedì sono andato in discoteca". Ancora una volta, è il contenuto che ci permette di attualizzare un aspetto della comunicazione linguistica, in questo caso un tratto fonologico.

Ma lo stesso tratto fonologico dipende anche da altre componenti: la situazione extralinguistica (in presenza di un certo libro, anche senza averne ancora parlato, dirò "Ho letto questo libro" assumendo a "nucleo" la sillaba tonica di "letto", in quanto "questo libro" funge da informazione presupposta), l'enciclopedia del parlante, cioè le sue conoscenze del mondo (se io so da A che B desidera che io telefoni a Gabriella, io parlando successivamente con B dirò "Ho telefonato a Gabriella" prendendo come "nucleo" la sillaba tonica di "telefonato", in quanto l'intera frase funge da informazione presupposta).

Ci si è soffermati sin qui su un aspetto dell'appropriatezza e sul profilo intonazionale. Ma contesto linguistico, situazione extralinguistica ed enciclopedia presiedono a una quantità di fenomeni linguistici: per citarne alcuni (ragioni di spazio impongono d'ora in poi solo rapide menzioni), la pronominalizzazione, l'opposizione articolo determinativo-articolo indeterminativo, l'ordine delle parole, i connettivi tra frasi, la selezione dei tempi verbali, determinate scelte lessicali.

D'altra parte anche la natura del rapporto sociale tra parlante e ascoltatore concorre a determinare alcuni tratti del messaggio linguistico, come ad esempio la scelta tra voci familiari e voci formali (nel verbo, nei pronomi personali, nei possessivi), la scelta di dati elementi lessicali a preferenza di altri in base al grado di distanza o intimità sociale, la scelta di espressioni, formule, costrutti sintattici, in accordo allo specifico ruolo sociale, e così via. Analoghe considerazioni riguardo all'influenza che esercitano sul messaggio, anche se le modalità e i caratteri di tale influenza possono divergere, valgono per il rapporto psicologico tra i locutori e per gli scopi da cui essi sono guidati nel processo comunicativo. Un esempio: il medesimo scopo, cioè quello di far sì che l'ascoltatore chiuda la porta, viene espresso nelle due frasi "Chiudi la porta!" e "Per favore, potresti chiudere la porta?", ma la seconda frase manifesta un atteggiamento di cortesia mentre la prima risulta, a meno che non sussistano particolari circostanze, piuttosto arrogante. Al tempo stesso è anche vero che il parlante può calcolare che l'atteggiamento manifestato nella seconda frase indurrà nell'ascoltatore una disposizione maggiormente benevola nei suoi riguardi e può quindi deliberatamente impiegare la seconda frase, a preferenza della prima, proprio come un mezzo idoneo al raggiungimento dello scopo desiderato.

Si dirà che per le ultime categorie menzionate (rapporto sociale, rapporto psicologico, scopi) anche l'analisi della frase isolata consente di far luce sugli aspetti linguistici che risultano ad esse correlate. Si risponde che, posto che ciò sia vero, rimane il fatto che solo l'analisi del discorso permette: 1. di indagare sulla coerenza, quanto a registro linguistico, atteggiamento psicologico, ruolo sociale, ecc., tra frasi disposte in successione; 2. di esplorare le relazioni intercorrenti tra codice linguistico e codici culturali (valga per tutti l'esempio delle cosiddette "regole sequenziali", le regole che specificano la successione e il reciproco incastro delle "mosse" linguistiche dei locutori in un dato ambiente socioculturale).

Riassumendo: se usiamo il termine discorso a indicare un atto comunicativo compiuto (monologo o dialogo), considerato come il punto di convergenza di un'intera rete di relazioni tra condizioni comunicative (quali circostanze di enunciazione, scopi dei locutori, rapporto sociale e psicologico tra locutori, ecc.), dovremo allora dire che solo nell'ambito del discorso la singola frase acquista il suo pieno valore e la sua legittimazione. E dovremo logicamente concludere che il discorso, e non la frase, possiede quel requisito fondamentale che avevamo inizialmente postulato come condizione necessaria per l'unità di insegnamento: riprodurre l'intera varietà dei caratteri tipici della lingua come strumento comunicativo.

È ovvio che didatticamente non sempre si potrà lavorare su interi discorsi, su atti comunicativi compiuti: interi articoli di giornale sì, ma appena qualche pagina di un romanzo; nell'attività di ascolto, una breve conversazione certo, ma probabilmente solo una porzione di un dibattito radiofonico; nella presentazione di lingua parlata, un completo e rapido scambio di battute, ma unicamente un brano di un dialogo più esteso. Ma ciò non dovrebbe destare preoccupazione: i vuoti lasciati dalle parti omesse possono venire colmati tramite opportuni chiarimenti. L'approccio al discorso come riconoscimento di ciò che va perduto rimanendo alle prese con la singola unità frasale, come tentativo di recuperare aree più ampie alla riflessione linguistica stabilendo nessi e dipendenze, come ricerca analitica all'interno della totalità dei fenomeni comunicativi e culturali della lingua, non risulta per questo compromesso. La linea di demarcazione continua a correre tra frase e discorso.