Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Ricostruzione di conversazione: oltre le dita dell’insegnante

Un’esperienza con uno studente non vedente

 

Marica Spagnesi                                                                                                        

Docendo discitur.

Insegnando s’impara.

Seneca, Lettere a Lucilio

 

Quando ho accettato l’incarico di insegnare italiano a uno studente non vedente ho cercato immediatamente di immaginare tutto quello che questi non sarebbe stato in grado di fare, tutto ciò che “non avrebbe potuto”. Uno studente cieco, pensavo, non può leggere se non utilizzando il Braille, non può osservarmi se sono impegnata a mimare, non può guardare le mie dita durante il lavoro sulle forme della ricostruzione di conversazione. È ovvio, inoltre, che non potrà fare un Cloze o un Puzzle linguistico.

Non ci saranno problemi per gli ascolti e sicuramente anche il tono della voce dell’insegnante è importantissimo, ma quanto conta anche il contesto, le espressioni del viso, il modo di muoversi nello spazio per la comprensione? Sicuramente moltissimo e soprattutto in uno studente principiante.

E così, come molti insegnanti alle prime armi, sono caduta in una trappola ancora prima di cominciare. Ma non ero graniticamente convinta e sicura che è lo studente che deve stare al centro del processo di apprendimento? Sì, eppure senza accorgermene mi ero messa io al suo posto. Stavo pretendendo che fosse lo studente ad adattarsi a me e alle attività da svolgere e non il contrario. Era scontato, infatti, che uno studente non vedente non potesse fare molte attività pensate per studenti vedenti.

Ho scoperto così che spostando l’attenzione su ciò che lo studente era in grado di fare, su ciò che “poteva”, che quelle stesse attività, opportunamente adattate erano possibili.

In particolare, la Ricostruzione di conversazione si è rivelata essere un’attività non solo possibile ma anche molto apprezzata dallo studente stesso che, fin dall’inizio, tra il divertito e lo stupito, si è dimostrato disponibile ed entusiasta.

Per quanto riguarda la prima parte, non ho trovato altro modo che aiutarmi con la descrizione a voce della situazione non potendo aiutarmi con la mimica. Una prima soluzione, invece, alla seconda parte è stata quella di tenere a mente sulle mie dita la frase da ricostruire e aiutare lo studente a “vederla” guidandolo soltanto con la voce: “Prima parola, seconda parola, … tra la prima e la seconda manca qualcosa, la quarta parola è un articolo, ecc”. In realtà, anche se funzionava, mi rendevo conto di chiedere allo studente un enorme sforzo di concentrazione e di memoria al punto tale che avrei potuto rischiare di sfinirlo o di frustrarlo con la conseguenza di ridurre a zero il piacere della sfida di ricostruire con le proprie forze la frase in questione. Inoltre, c’era un’enorme disparità tra me e lui: gestendo l’attività in questo modo, infatti, l’insegnante “sa”, vede, gestisce la lezione, usa le dita per sé e non per lo studente; quest’ultimo, al contrario, non “sa”, non vede, non può guardare le dita e non può vedere cosa sta facendo l’insegnante.

Un modo per risolvere questo problema è stato trovato cercando un maggiore contatto con lo studente ed utilizzando le sole dita che egli poteva vedere (sentire) cioè le sue.

Durante la ricostruzione studente e insegnante sono sempre allo stesso livello. Nel momento in cui è necessario usare le dita si può dire quello che si direbbe a uno studente vedente: “parola per parola”; a questo punto lo studente sa che deve usare le sue mani. In un primo momento egli apre davanti a sé soltanto le dita della mano sinistra a cominciare dal mignolo per poi finire col mignolo della mano destra (nel caso di una frase composta di dieci parole). In questa fase come anche nella fase di lettura delle singole parole o dell’intera frase, l’insegnante appoggia un dito sul dito dello studente che rappresenta la parola che deve essere letta o ripetuta. In questo modo lo studente è in grado di leggere la frase e le singole parole sulle proprie dita. Lo studente in questa fase potrebbe sentire la necessità di leggere e rileggere la frase da solo muovendo le dita (abbassandole leggermente una per una alla lettura della parola). Ciò è estremamente positivo perché questo movimento gli permette di orientarsi meglio e di partecipare attivamente. Restare con le dita rigide e isolate, infatti, richiede un maggiore sforzo di memoria e di concentrazione. Quando l’insegnante chiederà allo studente la ripetizione di una sola parola (supponiamo toccando il dito medio) è facile che si possa verificare un momento di disorientamento. La possibilità, invece, di muovere leggermente le dita, abbassandole appena durante la lettura o rilettura o anche di accostare le dita l’una all’altra per qualche istante dà allo studente una maggiore sicurezza e orientamento. È utilissimo a questo proposito che l’insegnante provi queste manovre, magari ad occhi chiusi e con l’aiuto di un collega disponibile.

L’insegnante guida e accompagna il lavoro dello studente muovendosi sulle sue dita (ma si tratta come abbiamo visto di dita “attive” e non passive) e soffermandosi e battendo due volte sul dito che rappresenta la parola su cui lavorare e dicendo “questa parola”. Quando lo studente deve ripetere la frase senza l’aiuto delle mani che ormai non servono più si può dire: “tutta la frase” e chiudere le sue mani.

Lo studente è stato informato dell’importanza del lavoro sulle dita durante la ricostruzione per lavorare in modo attento e preciso sulla grammatica e sulla pronuncia. È stato, inoltre, messo al corrente di come si lavora con studenti vedenti e di come l’insegnante avrebbe voluto lavorare con lui per permettergli di usare gli stessi strumenti.

Lo studente si è dimostrato disponibile e molto incuriosito e posso dire che questo modo di lavorare ha funzionato. L’ultima fase che prevede che l’insegnante scriva alla lavagna la parte della ricostruzione trattata è stata invece risolta facendo scrivere direttamente lo studente. Durante la fase di scrittura, egli ricorda, infatti, perfettamente la conversazione. Quando ci sono problemi interviene l’insegnante ma spesso è lo studente stesso che chiede come si scrive una parola di cui non è sicuro. Se questo non succede l’insegnante segnala il problema.

Questo è stato possibile grazie al programma di sintesi vocale Jaws attraverso il quale uno studente non vedente può scrivere al computer e rileggere le singole lettere, le singole parole e, infine, le intere frasi che ha composto.

Lo studente mi è sembrato entusiasta, tranquillo e a suo agio. In realtà con questo sistema egli è in grado di individuare sulle dita le singole parti della frase che ha composto e di lavorarci agevolmente sapendo che quando si fa questo lavoro non c’è alcuna fretta. È importante infatti che lo studente sappia che c’è il tempo necessario per lavorare su ogni singolo dettaglio sia esso di grammatica o di pronuncia (usando in questo caso le nocche della sua mano destra ma partendo sempre dalla sua sinistra e cioè dalla destra dell’insegnante), e che sia consapevole che è liberissimo di fare ipotesi e che queste ipotesi sono preziosissime essendo la base da cui parte tutto il lavoro.