Produzione di un'unità didattica al computer

Josefa Diaz

Allo scopo di avvicinare gli esseri umani al telaio meccanico della rivoluzione informatica, cioè al computer, l’Università di Friburgo (Germania) ha organizzato un ciclo di seminari in diverse facoltà, in modo da osservare il fenomeno da diverse prospettive. Uno di questi seminari riguardava la produzione di materiale didattico per l’insegnamento delle lingue straniere e richiedeva delle semplici conoscenze di Windows. Ovviamente mi sono lanciata.

Impostazione del seminario

Lo scopo del seminario, di tre ore in blocco a settimana, era quello di sondare le possibilità offerte dal computer per l’apprendimento di una L2. Il gruppo era costituito da otto persone (di cui ben tre "femmine", compresa la sottoscritta!) e il docente, il dr. Thierry Grass, aveva alle spalle una decina di anni di insegnamento del francese come L2 e di interesse nel campo informatico. Al primo incontro abbiamo fatto uno spremicervello sul concetto di insegnamento delle lingue straniere, cui è seguita una panoramica sulla storia dei metodi glottodidattici, cominciando da Toussaint-Langenscheidt (1859) fino all'introduzione del computer (datata circa al 1985) e all’uso dell’ipertesto, in attuale sperimentazione. Nel secondo incontro abbiamo esaminato alcuni libri di francese per stranieri, cercando di vedere quali elementi sono importanti nella costruzione di un’unità didattica, quali differenze ci sono tra un libro e un computer, e in che modo quest’ultimo è limitato o avvantaggiato rispetto al primo. Abbiamo svolto questo lavoro in coppia, presentando alla fine le nostre riflessioni. Questi i risultati:

Insomma, il limite del computer sembrava riguardare solo il parlare, mentre scrivere, leggere e ascoltare non presentavano problemi. Abbiamo quindi esaminato alcuni programmi (software) tra cui lo "Speaker". Di quest’ultimo abbiamo visto un’attività di dettato, in cui gli spazi delle parole mancanti del testo non venivano visualizzati, come ad. es.: Quando Mario che non veniva molto perché ogni volta cosa. Il testo durava almeno un minuto ed era possibile ascoltare una frase per volta. Le parole mancanti potevano essere scritte in ogni parte del testo e solo su nostra richiesta ci veniva detto se le nostre parole erano corrette o no. Poi c’era anche una funzione che permetteva di visualizzare il testo completo.

Dopo questo lavoro introduttivo è cominciato il nostro lavoro creativo, cioè la produzione di un’unità didattica composta da:

  1. un dialogo videoregistrato;
  2. un esercizio di completamento;
  3. un esercizio di scelta multipla;
  4. un esercizio di grammatica;
  5. un dettato;
  6. un esercizio a libera scelta.

L’unità doveva cominciare con una pagina di presentazione, graficamente interessante e con le istruzioni per l’uso. Una volta finito, il nostro lavoro sarebbe stato fissato in eterno ("bruciato" in gergo) su un CD.

Inizia l’avventura

Abbiamo dunque cominciato con la preparazione di un dialogo e la registrazione in video. Poiché ero l’unica a voler produrre un’unità in italiano, da questo punto in poi ho sempre lavorato da sola. Per la recitazione del dialogo ho quindi chiesto la collaborazione di un amico, con cui ho cercato di fare un dialogo semi-autentico. Perché non proprio autentico? Per vari motivi: primo, avevo una sola mattina a disposizione, in cui tra l’altro tutti quelli del corso dovevano videoregistrare; secondo, quel dialogo doveva servire come base per una lezione su passato prossimo e imperfetto, non doveva durare più di due minuti e non potevo rischiare un dialogo autentico ma poco "redditizio" allo scopo. Dunque abbiamo recitato su un canovaccio, a cui il mio amico, essendo tedesco e avendo paura di sbagliare, si è attenuto pressoché fedelmente. Abbiamo registrato due volte: la prima, secondo me la migliore, è stata ritenuta dal docente troppo veloce; la seconda il mio povero amico si è sforzato di parlare lentamente fino alla stupidità. Naturalmente il docente ha deciso di digitalizzare quest’ultima senza chiedermi un parere. I nostri video sono stati infatti digitalizzati da lui in nostra assenza per risparmiare tempo, così nessuno di noi ha deciso la versione da adottare e neanche ha visto come si passa un video dalla cassetta al computer. In compenso abbiamo imparato alcune tecniche di ripresa e di movimento della camera, dato che ci dovevamo filmare a vicenda.

Sopravvivere agli imprevisti

A questo punto è saltato fuori il primo problema. Poiché il software "Speaker" presentava notevoli difficoltà di installazione, il docente ha deciso di fare qualcosa di nuovo e da lui stesso imprevisto: usare il Netscape Editor, che permette la creazione di documenti in linguaggio HTML, cioè di ipertesti. Questi sono documenti collegati tra loro da link, ovverosia parole o immagini che vengono marcati e su cui si può cliccare e visualizzare un altro documento. Oltretutto l’HTML è il linguaggio delle pagine Internet, e ciò significa...

A quel punto ci siamo dovuti allacciare le cinture.

Secondo problema: l’uso di immagini, di un file audio o video comporta, soprattutto in quest’ultimo, un grande numero di byte, si tratta di file „pesanti". In pratica ciò significa che la visualizzazione di un’immagine è più lenta di quella di un testo scritto, e ancor più lenti sono audio e video.

Considerando che un documento HTML è pubblicabile in Internet, una tale lentezza ne scoraggerebbe l’uso. Per questo motivo è più pratico (ma più difficile da diffondere) mettere il documento su CD o sul disco fisso. Dunque la nostra unità dovrà rinunciare al video prodotto, perché in rete nessuno si metterebbe ad aspettare venti minuti per vederlo, e dovrà evitare immagini di grandi dimensioni e audio lunghi.

I testi audio più lunghi di un minuto devono essere registrati in una normale cassetta e poi digitalizzati. Questa operazione ci è stata mostrata come semplicissima, basta unire con un cavo computer e registratore e naturalmente avere il software. Poi abbiamo imparato a passare un’immagine sul documento con lo scanner.

Per la realizzazione di esercizi che comportano l’intervento scritto dell’utente, come un cloze o una scelta multipla, bisogna creare delle "finestre" dove è possibile scrivere. Il testo si presenta così:

fig.1

Per creare queste finestre si deve intervenire nel testo HTML, dove il documento è rappresentato da comandi, chiamati "tag". Se nel documento ad es. c’è un testo scritto, nel relativo testo HTML si leggerà il tag <P> (paragrafo) per ogni comando di "a capo". Questa trascrizione è per lo più automatica grazie a software come Netscape. Però quando si tratta di comandi più specifici, bisogna inserire i relativi tag nel testo HTML. Questo è il caso della creazione delle finestre. Quindi ad es. la prima finestra dell’esercizio della fig. 1, in linguaggio HTML si presenta così:

<Input type="text" Name="a1" Size="8">

Alla fine di una finestra si può creare un "bottone" (quello con il punto interrogativo nell’es. della fig. 1) su cui cliccare e far comparire la risposta giusta, mentre alla fine dell’esercizio un altro "bottone" cancella tutte le risposte (cosa che avviene automaticamente quando si chiude il documento). Ho evitato il "bottone" della soluzione nel dettato, perché ovviamente la tentazione di ricorrervi subito sarebbe troppo forte. Per vedere il testo completo bisogna aprire un altro documento e passare quindi da un documento all’altro oppure affiancare i due documenti, di cui però si potrà vedere solo una parte. Insomma, ho cercato di scoraggiare l’uso contemporaneo di esercizio e soluzione. Nel caso degli esercizi di grammatica invece non mi sembra drammatica la possibilità di una correzione estemporanea (come nell’esercizio della fig.1).

Tuttavia, sempre per quanto riguarda il dettato, dover passare da una finestra all’altra o inserire le parole tra quelle che si sono già scritte non è così agevole come per la scrittura a mano. Ma forse è solo questione di esercizio e abitudine.

Le possibilità dell’ipertesto

Il vero pezzo forte dell’HTML sono i link. Questi permettono infatti l’assoluta libertà di movimento tra le parti di un’unità didattica, senza dover seguire una successione rigida. Naturalmente è possibile anche costringere l’utente a dei passi prestabiliti, tuttavia si preferisce evitarlo per dar spazio a un modo di gestire la complessità affine al nostro cervello. Questo infatti non funziona in modo lineare ma è organizzato in modo relazionale, in cui singoli fatti sono collegati tra loro da una rete cognitiva di rimandi, ovvero, si può dire, di link. Così la struttura dell’ipertesto si presenta proprio all’uopo per il processo di apprendimento. Nel mio caso ho disposto due possibilità di percorsi lungo le varie parti dell’unità. Un percorso è prestabilito e si segue cliccando solo sui link di parole, mentre l’altro è libero cliccando solo sui link di immagini. Il motivo di questa struttura è stato soprattutto per me di gioco (creare documenti con l’HTML è proprio divertente!) e cioè di sperimentazione tecnica: infatti ad es. nel percorso A, cioè quello prestabilito, la disposizione dei file deve essere ovviamente diversa da quella del percorso B, quello libero. Per questo bisogna cliccare su link a volte diversi. Il percorso B è stato un po’ più difficile da organizzare perché dovevo evitare di raggiungere sempre le stesse cose e creare un circolo chiuso. In entrambi i percorsi ho "nascosto" il più possibile la pagina dove vengono spiegate le differenze funzionali tra passato prossimo e imperfetto, in modo da far "sudare" un po’ il/la malcapitato/a. Questo è stato naturalmente più facile per il percorso A.

Un’altra possibilità offerta dai link è quella di visualizzare due documenti affiancati. Il docente ci aveva mostrato la possibilità di mettere dei link ad es. su alcune parole di un testo scritto per visualizzare il loro significato in una finestra a fianco. Non ho seguito questo consiglio perché il link in qualche modo disturba il flusso della lettura, attirando l’attenzione su singole parole e istigandoci ad andare a guardare subito il "dizionario". Ho quindi preferito separare la parte lessicale sotto un link alla fine dei testi. Lo stesso ho fatto per la parte grammaticale e funzionale.

Conclusione

Il seminario è stato senz’altro per me fecondo non solo per il tema in sé ma anche perché mi ha chiarito un paio di paure verso il mondo informatico. Il linguaggio del nostro docente risultava a tutti per lo più incomprensibile e l’organizzazione del corso è stata molto caotica. Solo dopo la sua fine, quando ci siamo trovati davvero soli con la macchina, l’abbiamo veramente conosciuta e capita. Sembra infatti essere un viziaccio degli informatici quello di dare per scontato un sacco di cose, tra cui soprattutto un modo di pensare, che a volte richiede una tale capacità di astrazione da assumere aspetti di fede religiosa: nessuno sa esattamente perché e come qualcosa funziona (o no), ma è così, bisogna crederci, e infatti funziona (o molto spesso no). Gli informatici, come i medici, gli avvocati e gli idraulici, hanno spesso la presunzione di darti un sapere matematicamente sicuro, e quello che spesso a loro manca è una sana umiltà, peraltro necessaria in questo campo. Eh sì, perché è stato (non solo per me ma per tutti) un lavoro denso di imprevisti tecnici, misteri della fede che non si sono risolti con l’aiuto dello specialista (il quale a volte non sapeva proprio dove mettere le mani e improvvisava cure come i medici prescrivono antidolorifici per dolori di origine ignota) ma con una buona dose di intuizione, creatività e anche conoscenza ed esperienza. Questo tra l’altro ha fugato definitivamente le paure di un futuro computerizzato e privo di fantasia! Al contrario si tratta di un campo appassionante proprio perché la ricerca, il tentativo, l’intuizione, vi svolgono un ruolo di estrema importanza. E provando e sperimentando si ha la dimostrazione che le cose sono più semplici di quello che sembrano (o vogliono farci sembrare) e fanno decisamente meno soggezione.

Tuttavia c’è un rischio in questo gioco: nel desiderio di risolvere problemi tecnici a volte si perde d’occhio il contenuto e il suo senso. Si rischia insomma di fare del virtuosismo e basta.

Altri pericoli non ne ho visti: un computer non potrà sostituire un/una insegnante in carne ed ossa dal vivo (esiste infatti anche la possibilità del "teleteaching" che comunque non potrà mai sostituire l’atmosfera di una classe), ma può essere un ottimo strumento per lo studio autonomo.