Produzione libera parlata

Christopher Humphris

Imparare a parlare una lingua vuol dire nella stragrande maggioranza dei casi imparare a partecipare a conversazioni. Immaginiamo un calcolatore elettronico programmato in modo che possa decodificare il lessico e la grammatica di una lingua. Se l'obiettivo dello studente fosse quello di poter comunicare con questo calcolatore elettronico, il compito dell'insegnante sarebbe semplicemente quello di assicurare che lo studente acquisisca della grammatica e del lessico, e basta.

Se, invece, pensiamo ad una reale conversazione fra lo studente e una persona madrelingua, il quadro diventa estremamente più complesso. Specialmente se la conversazione avviene (ed è più che probabile) in un paese che per lo studente è straniero. Prima di tutto lo studente si trova in un ambiente che non è il suo, in una cultura che sta ancora cercando di capire. Inoltre, per lui, come per chiunque, è importantissimo che la sua personalità (costruita in tanti anni) venga in qualche modo affermata: non vuole essere considerato scortese se si ritiene cortese; non vuole essere visto come poco incisivo se si ritiene vivace, ecc., ecc.

Eppure è proprio in queste condizioni di disorientamento culturale che si trova con un handicap in più: cioè la mancanza di scorrevolezza nella lingua. Insomma una situazione che ha tutti gli ingredienti per scoraggiare lo studente, per far crescere in lui un senso di insicurezza, e per spingerlo ad evitare conversazioni che non siano strettamente necessarie alla sopravvivenza. Ora, sappiamo che se deve riuscire ad inserirsi in questa nuova comunità linguistica è proprio del contrario che ha bisogno: di sufficiente sicurezza, cioè, per "buttarsi" in più vicende comunicative possibili.

Il compito dell'insegnante diventa, quindi, far crescere questa sicurezza. Come si fa? A nostro avviso è necessario addolcire lo choc futuro della vicenda comunicativa reale facendo precedentemente vivere agli studenti in classe le vicende comunicative previste. La classe, a differenza del mondo esterno "crudele", è, tutto sommato, un ambiente "comprensivo'' (perlomeno lo dovrebbe essere), e poi la "drammatizzazione" della vicenda permette allo studente in un primo momento di scartare il problema della espressione della propria personalità: può, infatti, inventarsene una.

Il discorso, quindi, è che un corso di lingua dovrebbe avere, come componente frequente, attività di quella che possiamo chiamare "produzione libera". "Libera" nello stesso modo in cui la vicenda comunicativa reale è libera; cioè entro certe condizioni come, ad esempio, dove ha luogo la conversazione, con chi si parla, di che cosa si parla, perché si parla, che cosa è già stato detto, ecc. La libertà consiste nella scelta dei vari elementi linguistici (grammaticali, lessicali, fonologici).

Ovviamente, se l'obiettivo è quello di mettere lo studente nelle condizioni di non temere più di buttarsi in queste stesse vicende comunicative nel mondo reale è necessario che lui acquisisca la sicurezza di essere capace di cavarsela nelle stesse difficoltà; quando, cioè, deve pensare e parlare "su due piedi". È sconsigliabile, per questa ragione, invitarlo a scriversi un copione prima di recitare. Dopo una fase di sola preparazione alla vicenda (non alle parole precise che ha intenzione di usare), lo studente viene invitato a recitare la vicenda preparata con uno o più studenti davanti alla classe. Quando tutti gli studenti hanno recitato l'attività è conclusa.

Per concludere, vorrei prevenire una possibile obiezione. Molti insegnanti si sentirebbero male ad ascoltare tanti sbagli da parte degli studenti senza procedere alla correzione in qualche modo. Non posso fare altro che ribadire che l'obiettivo di questo tipo di attività (che non esclude altri tipi di attività con altri obiettivi) è di natura psicologica, cioè quello di rafforzare la sicurezza dello studente. Sarebbe inutile e perfino controproducente soffermarsi sul fatto che lo studente si distanzia di parecchio dalla "perfezione". Si tratta di lasciare lo studente con la soddisfazione di esser riuscito a comunicare, e basta.